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Andy Stott - Luxury Problems (2012)

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Andy Stott - Luxury Problems (2012)

Messaggio  Artinside il Lun 31 Dic 2012 - 14:19

Veramente interessante Smile

http://www.storiadellamusica.it/elettronica_grooves_dance/dub_tech/andy_stott-luxury_problems(modern_love-2012).html



Andy Stott
Luxury Problems

di Francesco Targhetta
Alza lo sguar­do verso il cielo, Andy Stott, ma resta sem­pre ver­ti­cal­men­te sca­va­to nel magma il suo suono. Dopo l’ec­cel­len­te ac­cop­pia­ta di Ep dello scor­so anno (“Pas­sed Me By” e “We Stay To­ge­ther”), que­sto “Lu­xu­ry Pro­blems” san­ci­sce l’o­ri­gi­na­li­tà della sin­te­si su base dub-tech­no del pro­du­cer in­gle­se, raf­fi­nan­do­ne per­si­no l’ac­ces­si­bi­li­tà. Per­ché Stott, dopo anni di dif­fi­den­za e di prove cen­tel­li­na­te, si è aper­to in modo de­ci­so al­l’u­so della voce, qua sem­pre af­fi­da­ta alla sua ex in­se­gnan­te di piano Ali­son Skid­mo­re. Come per un il­lu­sio­ni­smo, i vo­cals crea­no, in­fi­lan­do­si nelle tex­tu­res sem­pre molto in­fos­sa­te di Stott, una spe­cie di altra di­men­sio­ne, di­ven­tan­do il perno im­pal­pa­bi­le di in­te­ri pezzi, quasi (per quan­to sem­bri as­sur­do) ‘can­tau­to­ra­li’. È que­sto il pas­sag­gio ge­nia­le del­l’ul­ti­mo Stott: di­ven­ta­re più lu­mi­no­so in su­per­fi­cie, man­te­nen­do in­tat­to il pro­prio na­sco­sto ri­suc­chio nero, di città e zone in­du­stria­li fatte ci­mi­te­ri.
Per­ché la sua Man­che­ster conta, ec­co­me. Basta ascol­ta­re i primi due mi­nu­ti della ca­ta­to­ni­ca “Ex­pec­ting”, prima che en­tri­no sot­to­pel­le ta­stie­re che leg­ger­men­te sol­le­va­no la vi­sua­le e al­za­no dai docks neb­bio­si e dalle fab­bri­che man­cu­nia­ne, con la tech­no che si fa quasi in­du­strial, rac­co­glien­do bran­del­li dell'haun­to­lo­gia re­cen­te.
Dove il disco splen­de, in real­tà, è nei mo­men­ti in cui la ver­ti­ca­li­tà viene sfrut­ta­ta in tutta la sua scala: “Numb” ac­ce­ca nelle so­vrap­po­si­zio­ni dei loop vo­ca­li di una Skid­mo­re da vero eden, fino al­l’in­gres­so di­stur­ban­te dei beat e del gro­vi­glio di bassi che crea un tap­pe­to si­ni­stro, come se la tuf­fa­tri­ce dal­l’al­to stes­se per im­mer­ger­si in un vor­ti­ce im­pe­cia­to e cto­nio. È in que­sta so­spen­sio­ne, po­ten­zial­men­te pa­ra­di­sia­ca e as­sie­me mor­ta­le, che si co­strui­sce la magia di "Lu­xu­ry Pro­blems". In que­sto con­nu­bio di ele­men­ti che sem­bra­no non esi­ste­re nem­me­no, tanto smem­bra­ti sono i vo­ca­liz­zi e tanto abis­sa­li sono i bassi (av­vi­ci­na­te bene le cuf­fie alle orec­chie!). La ten­sio­ne si ri­crea in “Lost And Found” (apice): la Skid­mo­re, che è anche can­tan­te di opera, qua si ar­ram­pi­ca in una linea quasi spi­ri­tua­liz­za­ta sopra un magma di groo­ve da rave in­soz­za­to, tutto iper­com­pres­so. Men­tre sal­go­no in­cu­bi De­m­di­ke Stare (ma anche, dai '90s, certi Fu­tu­re Sound of Lon­don), i beat spa­ri­sco­no e poi tor­na­no, come mo­stri negli hor­ror. Brano da clas­si­co-su­bi­to.
La ve­ri­tà è che la tra­di­zio­ne viene ri­pla­sma­ta da Stott con un mash-up di gran­dis­si­ma ori­gi­na­li­tà, pas­san­do dalla tech­no solo un poco ral­len­ta­ta e tinta di am­bient (“Slee­pless”) a pae­sag­gi e scor­ci da post punk spe­ri­men­ta­le: “Hatch the Plan” at­tac­ca noise con bleeps che fe­ri­sco­no come san­gue che ti sgoc­cio­la den­tro (già in “Exe­cu­tion”). Poi un lungo sam­ple in loop, con un ri­ver­be­ro che di­ven­ta vi­lup­po, men­tre l’e­qua­liz­za­zio­ne sem­pre molto rough e im­prov­vi­si ina­bis­sa­men­ti sot­to-ur­ba­ni (ecco Bu­rial) in­qui­na­no la po­ten­zia­li­tà pa­ra­di­sia­ca del pezzo, che in­fat­ti alla fine degli 8 mi­nu­ti ab­bon­dan­ti si disfà in un nuovo gorgo noise, sem­bra farsi tra­vol­ge­re da una bu­fe­ra me­tro­po­li­ta­na e apo­ca­lit­ti­ca, fino a es­se­re ta­glia­ta da una tur­bi­na che gira a vuoto ci­go­lan­do (pre­sen­te il fi­na­le del video di “Kar­ma­co­ma”?). Dark è dire poco. Knac­ke­red, in­fat­ti, si dice di Stott: esau­sto e di­strut­to.
Pro­ble­mi di lusso, d'al­tron­de, sono le mi­cro-rot­tu­re con cui Stott sa­bo­ta i suoi stes­si brani. Come l’e­qua­liz­za­zio­ne on­di­va­ga e gli stac­chi so­no­ri sbal­la­ti della ti­tle-track, a volte vo­lu­ta­men­te fuori sin­cro­no (Voi­ces of Black?), in mezzo a un mare di bassi av­vol­gen­ti. Come la prima metà di “Up The Box”, pa­ra­noi­de corsa verso il nulla, ne­vra­ste­ni­ca fuga sfre­gia­ta dai bassi but­ta­ti sullo sfon­do come un’om­bra ine­so­ra­bi­le, che poi sfo­cia, con uno stac­co drum'n'­bass, in una rit­mi­ca jun­gle in in­ces­san­te di­stor­sio­ne. “Lea­ving”, in chiu­su­ra, è un inno pu­ri­fi­ca­to­re, con la voce spin­ta da pro­pul­sio­ni di synth eighties, fin­ché i cim­ba­li ac­ce­le­ra­no al­l’im­paz­za­ta e la voce, la­scia­ta li­be­ra dal loop, sem­bra in­to­na­re una pre­ghie­ra.
Che è la spe­ran­za, men­tre si è in aria, di non fi­ni­re schian­ta­ti. Pur sa­pen­do che...
Tra i di­schi del­l’an­no.



http://www.ondarock.it/recensioni/2012_andystott_luxuryproblems.htm



di Giuliano Delli Paoli
Superato l’obiettivo di scendere comodamente sotto i 100 bpm con la doppia scarica “Passed My By”/ “We Stay Together”, Andy Stott punta ancora più in alto. L’intento di mordere la preda attraverso quel groove possente e straniante, defilandosi come un ninja qualunque dal panorama techno internazionale, è in gran parte accantonato.
Per il produttore di Oldham è giunta l’ora di aggiungere qualcosa in più a una “semplice” incastonatura di bassi e battute a rilento in scia dub-minimal. E’ arrivato il momento di azzardare ben altro e provare finalmente ad ampliare lo sguardo, la propria musica. Del resto, lui è l’uomo che giace in cabina di regia quando le cose si complicano e il cilindro altrui pare aver smarrito il proprio coniglio.

Nasce dunque la necessità di inserire elementi terzi che possano trascinare l’elettronica pachidermica fin qui palesata verso territori per certi versi inesplorati, inaspettatamente aulici. Così, spunta d’un tratto l’elemento vocale a dar man forte a sonorità già di per sé conturbanti. Liriche femminee da musa smarrita che fungono da inserto graziante, conferendo a più riprese un’inaspettata solennità.
La seconda prova sulla lunga distanza del buon Andy assume quindi il sapore della svolta. Una sterzata che lascia esterrefatti e al contempo storditi. La profondità delle modulazioni rimane intatta e sullo sfondo è ancora possibile cogliere le impercettibili micro-vibrazioni metallurgiche del recente passato. Tuttavia, è il registro celeste esposto in diverse tracce a entrare a gamba tesa. L’oscurità dei suoni abbraccia la sacralità delle voci in una trascinante e ostentata ipnosi.

In sostanza, “Luxury Problems” fonde le due anime del produttore inglese. Trasuda calore umano e metallo fuso. Stott scende in profondità con la consueta lentezza, accompagnato ora dal richiamo pressoché costante di una sirena (“Lost And Found”). Regna sovrana un'impetuosa tetraggine posta da sfondo a massicce deflagrazioni combinate ritmicamente alla stregua di un vecchio treno merci in partenza (“Sleepless”, “Expecting”).
Allo stesso tempo, il buon Andy sa ancora far muovere i fianchi. E la title track non è nient’altro che un meraviglioso palleggio in cassa (più o meno) dritta, smorzato qua e là da impercettibili stacchetti.

Di tutt’altra pasta, invece, è l’ambigua e “isolata” “Up The Box”, nella quale prende quota un’accelerazione ritmica ansiolitica che si assesta di scatto al terzo minuto, lasciando pieno campo a giochini in perfetto e cazzuto broken-beat (!). Nel finale, l’eterea “Leaving” solleva definitivamente dal suolo l’anima musicale di Andy, mostrandoci l’avvenuta sospensione sonora. Ali spiegate morbidamente, un’angelica tastiera e il canto soave di una fanciulla a cullar la mente e il cuore.

Giù il cappello.


http://www.sentireascoltare.com/recensione/10856/andy-stott-luxury-problems.html



Edoardo Bridda.
Condensare un immaginario di lunga tradizione brit che va dai Cocteau Twins ai Dead Can Dance, via Massive Attack e Everything But The Girl e iniettarlo in un tappeto di scursissimi ritmi groove, techno e deep tenendosi saldo attorno ai 100bpm, può essere un'impresa facilissima o difficilissma. Easy il copia incolla, complicato creare un immaginario credibile e coerente agganciandolo a un percorso già di culto e fama.
Dopo gli acclamati eppì Passed Me By e We Stay Together, accolti benissimo un po' ovunque - dalla madrepatria, agli USA, al nostro Paese -, il mancuniano Andy Stott, artista chiave della Modern Love, è chiamato a un allontanmento dai sensi unici della Berlino di lungo corso, in una direzione fertilissima legata al soul singing (paralleli alla lontana con l'Untrue buraliano e confronto diretto con il James Blake omonimo).
Il singolo Numb, rilasciato lo scorso settembre, pareva infatti indicare un lavoro concentrato sulle voci e lo spazio, sempre all'interno di un frame che ben accoglie l'ormai caratteristica (e catacombale) cassa anthemica. E così è, salvo il colpo di coda di un producer che non lascia sguarnito nessun aspetto, nemmeno la già autoriale vena concreta, forgiando in tal modo un album assolutamente inattaccabile e per molti aspetti una vera rivelazione.
Luxury Problems, masterizzato nei leggendari Air Studios londinesi (e quindi con dei compressori sui bassi capaci di bucarvi il pavimento) da un Matt Colton già al lavoro con James Blake (appunto), è una gioia anche solo per i sette minuti di doom ambient di Expecting. Un brano che da solo potrebbe esaltare qualsiasi cultore dei catalogi più scuri dell'industrial britannica fino a Demdike Stare e naturalmente alla coda post-Witch della Tri Angle.
Questo è un disco, si diceva, di smalti e fascinazioni vocali bianchissime, tutte di Alison Skidmore, l'insegnante di piano di Stott che lui, romanzando, dice di non vedere da quando aveva sedici anni. Una fuori dalle scene e dal mondo delle produzioni musicali che nel mix apparecchiato dal producer diventa un'austera Sade o, meglio, una Laurel Halo di sostanza. Ascoltatela nella traccia omonima Luxury Problems (con tanti saluti a Nina Kravitz), nel picco assoluto che è Lost And Found o nell'unico brano vicino al pop che è Hatch The Plan: avvolgente, austera, gotica, disadorna, ma con i punti giusti perfettamente illuminati. Gli stessi che emergono nella enjana - o meglio badalamentiana - Leaving, finale lynchiano a sugellare il trionfo dell'Andy Stott produttore e autore, antitesi - lo possiamo dire forte - dell'angelico Blake. Con il pregio non indifferente di un disco che non mortificherà i cultori dei beat.
Curioso, a tal proposito, un brano come Up The Box, che accoglie un crescendo di drumming filo Fly Lo inframezzato da un zoppicante amen break proto jungle. E' l'unica licenza (leggi fuori programma) di un album compatto che con altri picchi - e questa volta citiamo la pura deepness di Sleepless (che si mangia vivo un altro producer, Actress) finisce dritto ai primi posti delle classifiche di fine anno.


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Re: Andy Stott - Luxury Problems (2012)

Messaggio  Mario Maione il Mar 20 Mar 2018 - 17:48

Ragazzi aprite la mente e ascoltate sta musica!

Mario Maione
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