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CLOGS
The Creatures In The Garden Of Lady Walton
(Brassland) 2010
modern classical, post-rock
di Francesco Nunziata

Difficile, nell'ambito della discografia dei Clogs, riuscire a rintracciare un disco poco riuscito, anche se la band newyorkese non è stata ancora capace di registrare un vero e proprio capolavoro. Comunque sia, che si tratti della sofferta penombra di "Thom's Night Out", delle sfaccettature "evolute" di "Lullaby For Sue" e "Stick Music" o, ancora, del prezioso "Lantern", questa è musica estremamente intima, che cala certi umori post-rock dentro eleganti alveoli cameristici.

Il discorso vale anche per "The Creatures In The Garden Of Lady Walton" che, in ogni caso, segna un passo ulteriore nella definizione della loro estetica. Composto da Panda Newsome in quel di Ischia nel 2005, il disco riflette le impressioni scaturite dalla visita ai Giardini La Mortella, un vero e proprio paradiso botanico creato da Lady Walton (vedova del compositore britannico Sir William Walton). Con la collaborazione dell'Osso String Quartet, Shara Worden (My Brightest Diamond), Sufjan Stevens e di Aaron Dessner e Matt Berninger (entrambi membri dei National, al pari dell'altro co-leader Bryce Dessner), il disco rivela anche il lato più solare e bucolico di questo piccolo ensemble da camera, con un'attenzione tale per gli arrangiamenti che, spesso e volentieri, sembra di assistere a una sorta di trasmigrazione aristocratica di un universo sonoro per anni sempre cesellato intorno a un'idea di malinconico stupore dal fascino crepuscolare.

Non che qui manchino tocchi nostalgici o momenti di languido abbandono (basterebbe lasciarsi andare al delizioso incanto Penguin Café Orchestra di "I Used To Do", che prosegue il cammino intrapreso dallo scherzo a più voci di "Coccodrillo"), ma è tutto un continuo rifrangersi di sensazioni finanche opposte, in un alternarsi pacato di stati emozionali che, in ogni caso, riverberano la stessa, identica volontà di ripiegamento verso un micro-mondo di visioni atemporali ("To Hugo"). La dolcissima, intensa voce della Worden contribuisce, altrove, a regalare momenti di purissima poesia, fragile nelle sue tessiture ricche di suggestioni sfuggenti e di tonalità pastello ("On The Edge", il valzer soffuso e suadente di "The Owl Of Love" e la ninnananna, in coppia con Sufjan Stevens, di "We Were Here"). Lentamente, invece, "Adages of Cleansing" guadagna in complessità, giostrando tra piccoli climax e sospese interrogazioni del mistero.

Nonostante l'apparente labilità delle strutture, si tratta di composizioni anche piuttosto impervie, dove le sfumature manifestano rapporti interni fondamentali per la decifrazione emozionale delle stesse. In "Raise The Flag", gli archi tingono il cielo di dolcissima disperazione, mentre "Red Seas" (cantata dallo stesso Newsome) sembra ripescare le umbratili fattezze di Nick Drake, pur se riconsegnate ad una dimensione squisitamente pastorale (dimensione che in "Last Song", con la voce di Matt Berninger, viene squarciata da presagi oscuri).

Come sospesi in un sogno, i Clogs continuano a meditare sul mondo e sulla sua tragica essenza "temporale". Eppure, questa volta le lacrime non sono soltanto la manifestazione più evidente di un dolore profondo...