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LISA GERRARD
Immortal Memory
(4ad) 2004
folk-new age
di Mauro Roma

Voce degli "immortali" Dead Can Dance , Lisa Gerrard è da sempre artista votata alla ricerca di percorsi intensamente spirituali, spaziando dal gotico alla world music, dalla new age alla musica sacra. Negli ultimi anni però l’attività della vocalist australiana si è concentrata sulle colonne sonore (tra le quali quella pluripremiata per il "Gladiatore" di Ridley Scott e la suggestiva, recente, "Whale Rider).
E anche questo suo terzo lavoro solista, scritto a quattro mani col compositore irlandese Patrick Cassidy, è a tutti gli effetti una colonna sonora, solo che il film è inesistente, o meglio lasciato all’immaginario dell’ascoltatore. Lo schema è quello classico: Cassidy dipinge arrangiamenti lussuosi, sontuose sezioni d’archi sintetizzate fluide ed eleganti, Gerrard li accarezza con la sua voce impareggiabile: rispetto ai due precedenti lavori solisti (entrambi in coppia col percussionista Pieter Bourke), la cantante sembra voler spingere maggiormente sul pedale della new age di stampo celtico alla Enya, piuttosto che cercare i suoi consueti accenti etnici e arcaici.

Il canto di Gerrard si è sempre caratterizzato per il suo essere "universale", per la sua straordinaria capacità di inglobare influenze tra loro lontanissime tanto geograficamente, quanto culturalmente, esprimendosi in un linguaggio ora inventato di sana pianta, ora mescolanza di svariati linguaggi reali. Stavolta sono tre lingue antiche (Latino, Gaelico e Aramaico) a finire nello sconfinato repertorio vocale della Gerrard.
Atmosferici e maestosi, i tappeti sonori di Patrick Cassidy costruiscono sfondi a volte anche troppo invasivi rispetto alla voce di Lisa, che si tiene spesso quasi in disparte, come ad esempio nel brano "Amergin’s Invocation", che d’altro canto esalta la qualità "cinematica" del disco, o in "Sailing to Byzantium".

Composizioni come l’iniziale "Song of Amergin" e "Elegy" presentano invece la coppia al meglio delle loro possibilità: nella seconda in particolare, la Gerrard sfodera uno dei suoi salmi più suggestivi di sempre (era Dead Can Dance compresa), un canto trascendentale tutto in sordina, immerso in una contemplazione mistica di fascino immenso. Un capolavoro che vale da solo l’intera opera.
Il resto del disco avanza lento, magico e solenne tra il tenebroso canto medievale di "Paradise Lost", le atmosfere morriconiane della title track e due parentesi, molto riuscite, di estrema rarefazione come "Maranatha" e "Abwoon". Peccato che la chiusura, affidata alla lunga "Psallit (in aure dei)", non sia delle migliori, rovinata da un organo piuttosto kitsch e fuori luogo, e da un arrangiamento che ancora una volta sovrasta eccessivamente la voce di Gerrard che comunque, spingendosi verso il suo registro più basso, offre come sempre un vero spettacolo.

Con il prevedibile limite che nei suoi brani non contenga nulla che non sia già stato ascoltato, "Immortal Memory" è uno di quegli album nei quali la classe (immensa) sconfina spesso in un eccessivo manierismo new age. Innegabile comunque il piacere e la magia dell’ascolto, la bellezza talvolta davvero splendente dei suoi inni, la potente suggestione di molti suoi passaggi.