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Un simpatico articolo sul compleanno della chitarra

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Un simpatico articolo sul compleanno della chitarra

Messaggio  tino84 il Sab 24 Set 2011 - 19:28

come da titolo,


E sono ottanta. Si, ottant'anni fa un signore di nome Adolph Rickembacker, insieme a George Beauchamp e Paul Barth, metteva insieme un curioso accrocchio, inserendo un pick up elettromagnetico in un ukulele, dando così avvio, senza praticamente rendersene conto (anzi, era abbastanza perplesso del risultato) ad una rivoluzione musicale con pochi termini di paragone nella storia degli strumenti musicali e del costume: è proprio del compleanno della chitarra elettrica -strumento base del rock- che vogliamo occuparci con questo piccolo omaggio, che vedrà collabrare anche alcuni amici di Metallized.

QUALCHE CENNO DI STORIA
Non che l'ukulele elettrico sia nato improvvisamente e dal nulla: l'esigenza di fare in modo che gli strumenti a corda venissero fuori in maniera più netta si era avvertita con chiarezza fin dalla fine dell'ottocento, ed in particolare all'inizio del novecento, quando -con l'avvento delle orchestre blues e jazz- lo strapotere sonoro degli strumenti a fiato li mise in netta difficoltà, rendendo sempre più ridotto il loro apporto al sound generale. Come far si che le chitarre riuscissero a farsi sentire in quel bailamme di trombe ed affini? Produrre corde enormi? Eliminare fisicamente i trombettisti? Troppo faticoso, ed i trombettisti sono notoriamente una categoria poco incline a farsi eliminare. La soluzione doveva essere fornita dalla tecnologia. Dapprima si pensò effettivamente di modificare la costruzione dello strumento, rendendolo di tonalità più potente, ma già dagli anni '20 la sperimentazione, essenzialmente per merito di Lloyd Loar, tecnico della Gibson, portò a piazzare alcuni rilevatori in prossimità delle corde, ma il risultato non era ancora sufficiente. Tuttavia -anche se pochi lo citano in questo senso- c'è anche un altro nome da tenere presente per tracciare la storia della chitarra elettrica, ed è quello del recentemente scomparso Les Paul, che già nel '27 -ed appena dodicenne- prende il fonorivelatore di un giradischi e lo inserisce all'interno del corpo della chitarra con la quale si guadagnava già il pane, indi smonta il microfono di un telefono e lo piazza vicino alle corde, collega il tutto tramite fili elettrici ed infine connette l'apparecchiatura ad una radio; credo si possa considerare il primo set chitarra/ampli portatile della storia, anche se è comunque quella con pick-up elettromagnetico di Rickembacker la prima vera chitarra elettrica. Poi la Gibson ES 150, chitarra con cassa di risonanza e aperture a "F" sulla tavola e con pick-up singolo, e soprattutto un italiano dimenticato da tutti: Valentino Airoldi, tecnico della Siptel di Novara, che nel '37 mise insieme un dispositivo fatto di una calamita e due bobine, che impiantò su un manico di chitarra senza cassa, poi collegando i capi delle bobine alla presa "phono" della radio, producendo così dei suoni e trasferendo il tutto anche al suo mandolino. Airoldi costruì di fatto la prima chitarra elettrica solid body della storia, che limitava il nascente problema del feedback, ma non si rese conto dell'importanza della sua scoperta, e non la mise in commercio.
Tutto ciò finchè -come ho scritto nell'articolo su Les Paul prima richiamato- "nel '39 nel suo laboratorio (di Les Paul -NdA) si poteva ammirare un ceppo con delle corde ed una rudimentale amplificazione chiamata The Log, poi nel '41 un'acustica avvolta da legno massiccio ed una spina prodotta per la Epiphone, fino a giungere alla chitarra che tutti conosciamo, che in origine era solo distribuita dalla Gibson, ma prodotta da lui stesso, anche se le solid body s'imporrano con le Strato e le Tele della Fender". Insomma: gli italiani non si smentiscono mai: geni ed ingenui. Poi arrivò la chitarra di Paul Bigsby e Merle Travis del '46 con ponte tremolo; nel '48 ci fu l'irruzione sulla scena di un personaggio come Leo Fender e le sue incredibili innovazioni, la Stratocaster nel '53, il passaggio dai single coil agli humbucker e via così, di miglioramento in miglioramento, i vari effetti, dal delay al chorus, dal wah wah distorsore, fino alla digitalizzazione del suono che consente risultati che avrebbero del miracoloso se guardati con gli ingenui occhi di Airoldi.

UNA FESTA PER TUTTI
Avrete notato che la parte tecnica dell'articolo è piuttosto povera rispetto alle migliaia di righe che si potrebbero scrivere in proposito. Il fatto è che -oltre a voler/dover lasciare il giusto spazio ad alcuni amici dei quali leggerete più in basso- il focus dell'articolo non è rivolto agli specialisti. Questo è un compleanno, una festa, e come tale non dev'essere troppo formale, paludata, ma parlare al cuore di chi tiene alla festeggiata. Quello di cui vogliamo in realtà dire è lo spirito di questo strumento, la parte forse indescrivibile, che riguarda il cosa si prova imbracciandolo davanti un pubblico o da soli a casa, oppure guardando chi lo suona sotto un palco, o facendo l'air-guitar player nel chiuso della propria stanza, immaginando di essere Hendrix, o Van Halen, o John Petrucci o chi volete voi, a secondo della vostra età e delle vostre preferenze.
E per farlo meglio, proviamo ad immaginare cosa sarebbe stato della storia della musica senza di lei. Cosa ne sarebbe stato del rock e del metal in particolare? Sarebbe mai nato? Sarebbe nato in ritardo? Provate a pensare l'invenzione dello strumento posticipata di '20 o '30 anni: il rock'n'roll non avrebbe caratterizzato gli anni '50, i '60 sarebbero stati acustici, niente di ciò che è venuto dopo sarebbe stato com'è, e forse noi oggi staremmo discutendo di country acustico o tarantelle pugliesi modernizzate, anche se queste ultime hanno molto a che vedere col metal. E tutti i guitar heroes? Hendrix, Clapton, Beck, Page, Blackmore,B.B. King e via via gli infiniti altri fino ai moderni shredders. Che ne sarebbe stato di loro e di noi? Dei concerti con loro impressi nelle nostre retine sotto un riflettore colorato, dei pomeriggi passati a cercare di imitare un loro assolo, un loro lick, o anche soltanto il loro modo di tenere la chitarra in mano, immaginandosi immortalati su un poster col piede su un monitor, la testa all'indietro e gli occhi chiusi mentre si esegue un tapping furibondo o si stira una corda fino al limite fisico e si ottiene il massimo del sustain? Perchè tutto questo?
Perchè la chitarra è più di uno strumento, è un prolungamento della propria virilità, un inno alla libertà che sa di sesso e rivoluzione, è l'affermazione del sè sul resto del mondo, è il riscatto tramite la composizione portata tra la gente, è compagna fedele e puttana, che ti segue ovunque tu vada e che vuole essere divisa con tutti, anche quando non vuoi, perchè lei E' di tutti. Questo e mille altre cose è la chitarra elettrica. Potrei finire qui, ma la nostra attività con Metallized ci consente di conoscere molti dei musicisti che ascoltiamo sui Cd, i quali, talvolta, diventano anche nostri amici. Ed allora perchè non chiedere proprio a qualcuno di loro, agli attori principali di questa recita, cosa rappresenta la chitarra nella loro vita? Ecco le considerazioni di alcuni professionisti che hanno accettato di buon grado di intervenire, compreso un bassista (alla fine dei conti anche il basso elettrico nasce da quella prima intuizione, quindi perchè lasciarlo fuori?) cui Metallized lascia volentieri il giusto spazio: Ghiulz (Faust, Bulldozer); Simone Fiorletta (Simone Fiorletta, Moonlight Comedy); Pier Gonella (Necrodeath, MasterCastle); Dino Fiorenza (Dino Fiorenza) ed infine Steve Volta, (Perpetual Fire, Pino Scotto). A loro la parola:

GHIULZ
La musica è una connessione diretta con l’anima, un linguaggio universale che comunica emozioni, da chi suona (che le fornisce) verso chi ascolta (che le riceve). Questo è il punto di partenza e presupposto per qualsiasi discorso possa essere fatto in materia di musica. Senza questo punto di vista non si può parlare di musica. Quindi chiunque voglia parlare di chitarra non può esimersi dal considerare centrale questo fattore e da esso sviluppare ogni argomento. Ho intenzione quindi di sviluppare l’articolo considerando le caratteristiche dello strumento, e di coloro che lo usano, partendo da questo presupposto.
In questi anni di carriera ho sempre rilevato due tipi di chitarristi, quelli che hanno qualcosa da dire e quelli che ostentano virtuosismi e orpelli vari solo per compensare la carenza di comunicatività. La maggior parte dei chitarristi shredders di nuova generazione fanno capo purtroppo a quest’ultima logica. Troppe volte la tecnica diventa un fine e questo, a mio modesto parere, è a dir poco “meaningless”. Personalmente sono solito dire ai miei allievi che la tecnica è solo un mezzo, e mai un fine, per poter avere più possibilità espressive ed avere la possibilità di interpretare e riprodurre in maniera sempre più precisa le proprie emozioni e quindi comunicarle agli altri. Va anche detto, e questa è una domanda che mi viene rivolta costantemente, che le capacità tecniche possono essere acquisite da tutti, basta costanza e metodo, ma quello che rende un musicista speciale, ciò che lo rende un artista e che gli permette di avere quella famosa “marcia in più”, purtroppo è dote innata, qualcosa con cui si nasce. Questo potrà sembrare un discorso sgradevole ma è semplicemente accettare la realtà.

Tralasciando gli “speedmaster” che utilizzano la tecnica come fine a se stessa e che, personalmente, ritengo bravi scolaretti (e ho anche qualche serio dubbio nel definirli bravi), che svolgono il “compitino che la maestra ha assegnato loro” ma non sono niente più di questo, vorrei invece parlare di quei chitarristi che hanno reso la chitarra il grande strumento che è oggi, coloro che sono stati capaci di sfruttarne a pieno le sue caratteristiche. La chitarra infatti ha delle proprietà peculiari che permettono una grandissima varietà di utilizzo. L’estensione dello strumento è veramente notevole, infatti copre cinque ottave, il che garantisce una possibilità combinatoria eccezionale. Timbricamente già nella fisica dello strumento troviamo enormi possibilità espressive, una delle quali risiede nell’utilizzare le note omofone su posizioni diverse creando possibilità timbriche diversificate. E non siamo ancora arrivati a considerare le caratteristiche dello strumento, le quali lo diversificano in funzione dei legni, della selezione dei pickup, dell’amplificazione e delle relative regolazioni... insomma, la chitarre offre, per chi la vuole sfruttare, una vastissima gamma di sonorità che possono essere messe al servizio della cosa più importante… la Musica, scritta con la "M" maiuscola, per diversificarla dai suoni, più o meno organizzati, che troppe volte le orecchie sono costrette a sopportare e che non sono propriamente definibili Musica.
Ma veniamo al punto principale, focalizziamoci su coloro che hanno permesso a noi “uomini moderni” di poter godere delle delizie di questo strumento. Penso che la storia della chitarra non possa prescindere da personaggi come Dowland, Byrne, Da Milano, i quali iniziarono ad utilizzare il liuto in maniera differente dal mero accompagnamento vocale, creando così le basi per una vita indipendente del nostro caro strumento. Anche Bach non è riuscito ad esimersi dal dedicare alla nostra amata chitarra ben sei suite di assoluta maestria... Vivaldi invece ha regalato alla nostra letteratura fantastici concerti… E qui arriviamo ad una svolta epocale... Come non essere grati a quel genio di Paganini, da tutti conosciuto come violinista pur essendo in realtà chitarrista, che ci ha donato lo “shredding” ante litteram? Come non essere grati a Tarrega, Sor e Villa Lobos? Essi, seppur decisamente differenti come stile, hanno contribuito a rendere la chitarra quello che è oggi. Dopo di loro le strade si dividono, da una parte la musica classica e dall’altra la musica moderna... Il blues, il jazz e il rock’n’roll sono gli antenati del nostro mondo.

Voglio saltare a piè pari grandi chitarristi che hanno fatto la storia della chitarra, da Robert Johnson a Clapton, da Jimi Hendrix a Ritchie Blackmore solo perché li ritengo più affini al blues, ed è questo uno stile che non mi appartiene, per arrivare ad uno dei chitarristi che, secondo me, hanno coniugato alla perfezione quello che è la tecnica (dell’epoca ovviamente) e l’emozione: Randy Rhoads. Ritengo Randy uno dei presupposti fondamentali del chitarrismo, la sua capacità tecnica ma soprattutto il suo enorme feeling ci hanno regalato il perfetto connubio che rende la chitarra quello strumento così eclettico e poliedrico quale esso è. Se dovessi identificare la chitarra metal non esiterei a citare Randy come esempio supremo di cosa questo strumento possa offrire. Tutti i miei allievi non possono esimersi dal passare almeno un anno a studiare la sua letteratura. Non vi sono paragoni come completezza di soluzioni timbriche, armoniche, tecniche e emotive. Perché focalizzarmi su Randy Rhoads? Perchè troppo spesso la chitarra viene relegata a virtuosi dei tempi moderni, su alcuni dei quali si potrebbe a lungo discutere l’effettiva capacità, troppo spesso decretata da masse di incompetenti, e si dimentica chi ha veramente cambiato la storia del nostro caro strumento. Si evince da ciò l’enorme influenza che Randy ha sempre avuto sul mio modo di suonare e nonostante mi sia evoluto tecnicamente ed abbia “contaminato” il mio sound con differenti sounds, ho sempre cercato di mantenere la caratteristica di fondo del suo insegnamento... comunicare, emozionare, rendere vivo uno strumento, renderlo un'estensione del cuore, della mente e delle emozioni. Se mi si chiedesse, come spesso succede, quali siano le mie fonti di ispirazione, i miei epigoni musicali, potrei dare solo questa risposta: da Bach ho imparato la codificazione delle emozioni in linguaggio matematico, l’armonia perfetta, sublime, mistica; da Beethoven la possibilità di arrivare ai più profondi livelli delle emozioni umane, oserei dire, “troppo umane”; da Randy Rhoads, invece ho imparato come la tecnica può essere asservita alle emozioni e da Steve Vai invece l’estro, la sua capacità di impiegare tutte le risorse acustiche e fisiche dello strumento per esprimere emozioni.
Questo per me è la chitarra, come del resto tutti gli strumenti dovrebbero essere, un mezzo di comunicazione emotiva, un sistema dialettico che a differenza delle parole scava nel più profondo dell’animo umano.

SIMONE FIORLETTA
Descrivere la simbiosi tra me e la chitarra è come descrivere me stesso e mettermi completamente a nudo sotto i riflettori. Il rapporto che c’è tra noi è un qualcosa non impossibile da spiegare, ma forse impossibile da comprendere. Il discorso non ha nulla a che vedere con il grado di preparazione tecnica sullo strumento, ma riguarda solo me e Lei. Basta abbracciarla e subito vengo trasportato in un mondo parallelo in cui non contano le note, non contano i virtuosismi, non conta ciò che ci circonda ma contiamo solo noi due che in quel caso ci uniamo in un unico essere.

Sbaglierei nel dire che la musica, e quindi la chitarra, è parte di me, ma sarebbe corretto affermare che io sono la chitarra e la chitarra è me, siamo come due linee parallele sovrapposte e quindi destinate a stare insieme per tutto il loro percorso che, nel nostro caso, è la vita. Ma attenzione, come detto prima, il discorso è ben lontano da un’ottica di preparazione e di bravura quindi nel dire che “io sono la chitarra e la chitarra è me” non affermo di essere il più grande chitarrista del mondo, ma semplicemente che essa è dentro la mia mente, dentro il mio corpo, scorre nelle mie vene per arrivare alle mie dita ed uscire fuori con le mie composizioni.
Quando la vedo, quando la osservo, quando la spio non vedo uno strumento inanimato composto da legno, meccaniche e via dicendo, ma tutt’altro; mi sento di avere di fronte un essere supremo che è in grado di trasmettermi emozioni, gioie e paure, sicurezze, perplessità… mi trasmette la vita e senza la chitarra non vivrei.

Può sembrare un po’ un paradosso, una contraddizione, ma nonostante abbia modo di pubblicare i miei lavori in svariate nazioni e quindi molta gente possa sentire le mie composizioni, se mi trovo in un contesto di amici in cui c’è sempre la domanda “Ci fai ascoltare qualche cosa?”, nella maggior parte dei casi, pur rendendomi forse antipatico, preferisco non suonare perché sono geloso del momento intimo che nasce quando la tengo tra le mie braccia e difficilmente voglio condividerlo con terzi, in particolar modo in situazioni futili, se così possono essere definite. Ricordo ancora quando, in età adolescenziale, passavo le intere giornate a suonare, suonare e suonare e dalla finestra della stanza sentivo mio padre che, con tono quasi supplichevole, tentava di convincere i miei amici a spronarmi per uscire con loro piuttosto che stare chiuso in una stanza da solo e con solo una chitarra. Bè, posso dirti che un solo minuto passato con la chitarra in mano non è minimamente paragonabile ad ore trascorse in compagnia di amici… spero non me ne vogliano.
Comunque resto fermo sulla mia opinione che un certo tipo di passione è comprensibile solo se la si prova, e per questo è facile essere frainteso o visto come quello “strano” che sta male se passa un giorno senza suonare.

PIER GONELLA
Personalmente considero la chitarra come un mezzo di espressione. In fondo ogni forma d'arte lo è. Si comunica con l'arte ciò che in qualche modo si prova. C’è chi, come i cantanti, si serve del proprio corpo per farlo e chi, come i chitarristi, si aiuta con mezzi artificiali. Quando la passione per la musica è forte, la chitarra diventa un mezzo necessario. E’ una necessità, perché sul palco con la chitarra puoi sfogare ed esprimere delle energie che non potresti fare senza perchè non ti sentiresti o ti vergogneresti.

Sicuramente la considero parte della mia personalità artistica. Se mi vedo in qualche foto booklet o in giro per il web senza la mia chitarra la foto mi piace meno. E non penso sia una mia paranoia perché alla fine tutti i chitarristi, dai più sconosciuti ai più noti, tendono sempre a personalizzare la propria chitarra, rendendola istintivamente parte della propria personalità. Farebbe strano vedere Malmsteen senza la sua strato color panna, o Rudolf Schenker senza la sua Gibson Flying V o Slash senza la sua Les Paul. Cosi’ quando io mi trovo sul palco coi Necrodeath preferisco, chessoò… la chitarra a punta, mentre coi Mastercastle quella dorata; non è solo una questione di suono ma anche di qualcosa di diverso che voglio trasmettere di volta in volta al pubblico.
Da quando è nata ad oggi la chitarra elettrica si è evoluta tantissimo sia negli aspetti tecnici sia in quelli estetici e questo fa si che ogni chitarrista possa trovare il tipo che piu’ gli si addice, che più sente idoneo alla sua personalità, che più lo sostiene nella faticosa salita verso il successo.

DINO FIORENZA
Difficile poter spiegare il mio rapporto col mio strumento. Decisamente è un legame, che come ogni musicista presumo abbia, va oltre il semplice attaccamento fisico, il mio basso rappresenta il mio compagno di vita, uno strumento con cui comunicare al mondo i miei stati d'animo, le mie sofferenze e gioie, un pezzo di legno che mi permette di girare il mondo, a cui debbo veramente tanto; suono lo stesso basso praticamente da sempre, è il mio confidente, il mio consigliere.
Sto male? Sto bene? Non ci sono problemi, c'è lui, sempre lì, fedele, che mi osserva, pronto a starmi vicino in qualsiasi occasione e momento. Pensa che anche quando vado in vacanza, lui viene sempre con me, magari non lo suono, ma ci dev'essere, mi fa stare bene.

I chitarristi con cui ho suonato sono veramente tanti e ho avuto la fortuna di suonare anche con i più grandi. Che dirti, Steve Vai, veramente un alieno, una persona dal carisma ineguagliabile, anche quando non suona, averlo accanto, come persona trasmette un'aura e un carisma incredibile; Paul Gilbert, il ragazzone dalla gran voglia di suonare e divertirsi, ricordo che la prima volta che lo vidi, al sound check, feci capire subito che ero un bassista diciamo esuberante, e la grande figata è stata che durante i live era lui che mi chiamava continuamente in causa, ingaggiando duelli spettacolari. Malmsteen, il vero rocker, un uomo dalla carica incredibile, capace di reggere da solo un palco senza nessuno, dalla presenza e personalità incontenibile, quello che si può veramente definire il vero rocker! Henderson, un genio, mi ricordo quando suonammo a Boston la sera in albergo suonavamo ancora, e da lui ho appreso veramente tutto cio che vuol dire suonare.

Potrei citartene tanti altri, ma mi fermo qui dicendoti che se da Vai ho appreso il misticismo e la follia musicale, da Gilbert la voglia di divertirsi, da Malmsteen il rock e da Henderson la genialità, credo che ogni musicista possa veramente insegnarti qualcosa, per cui posso sostenere senza retorica e a ragion veduta che sarà sempre il prossimo musicista col quale suonerò che mi darà ancora qualcosa.
GRAZIE a tutti loro.

STEVE VOLTA
Primavera 1986.
Ma cos'è? Che cos'è questa sensazione mai provata prima? Questo martellare incessante nella testa? Quest'ossessivo ripresentarsi di un ricordo, una sensazione... Il giorno prima ero in gita scolastica e dagli altoparlanti del pullman l'autista, da noi soprannominato Mike D'Antoni (giocatore di basket degli anni '80) per la sua somiglianza al campione americano, aveva messo in loop una cassetta... era una musica che non avevo mai sentito prima. In realtà fino a quel momento la musica non mi aveva mai interessato. Le mie passioni erano i jeans e le magliette delle mie compagne di scuola, o meglio ciò che questi indumenti celavano, il campionato di calcio e quei ridicoli personal computer che avevano invaso le stanze dei teenagers della seconda metà degli anni '80. In un attimo la prospettiva da cui osservavo la mia vita era cambiata... Quella era musica heavy metal!

C'erano questi strani capelloni vestiti di pelle, con orecchini e braccialetti e poi c'era quel suono... quella specie di urlo così potente che dominava tutto! Era come un'enorme mano che sorreggeva le parole intonate da una voce molto acuta. E poi esplodeva e diventava lei la voce acuta e lancinante. E dominava tutto. Tutte quelle note così perfette sembravano un razzo appena decollato, diretto verso qualche pianeta lontano e sconosciuto. Era fatta: volevo sapere tutto, volevo guidare quel razzo e andare in giro per l'universo a bordo di quelle chitarre affusolate.
Il perchè di questa reazione così forte non l'ho mai capito veramente. Forse era quello che cercavo, tutti gli adolescenti cercano in continuazione qualcosa. Forse volevo solo un modo per far fuggire la mia mente e il mio cuore da un mondo che non mi piaceva. Sta di fatto che nei mesi e negli anni a seguire la mia priorità era suonare, incessantemente, senza pause. Ogni minuto disponibile era dedicato alla chitarra ed anche in quelli non disponibili il pensiero era sempre li. A scuola, durante quelle lunghe e noiose lezioni, immaginavo le mie dita correre sulle corde, creavo nuovi fraseggi e suonavo mentalmente ciò che avevo immagazzinato il giorno prima. Tutto ciò non può non avere ripercussioni sulla vita. I voti già non brillanti iniziarono a calare e piano piano si delineava in unico futuro... suonare. Tutta la vita.

Se qualcuno mi chiede: 'Lo rifaresti?', mi è capitato di rispondere no, troppa fatica. Le passioni bruciano e portano nello sconforto molte volte, ma allora perchè non muoiono? Perchè ogni volta ho trovato la forza e la voglia di rialzarmi? Ecco cos'è e cosa è stata la chitarra per me: una parte del corpo, dell'anima e dalla mente, che una volta entrata non se n'è più voluta andare.

GRAZIE A TUTTI
Bene, come avete letto ognuno ha trattato il pezzo mettendo in gioco la propria sensibilità personale, le proprie esperienze, le proprie sensazioni, filtrando poi il tutto mediante il proprio carattere. In ogni caso Metallized ringrazia tutti loro per aver dedicato un po' di tempo ad un'attività forse inconsueta, ma che ci consente di avere il punto di vista di alcuni degli interessati. Alla fine sono convinto che, al di là del fatto che i musicisti coinvolti in questo scritto sono anche dei professionisti, la gran parte di quello che hanno scritto rappresenta un patrimonio di esperienze e sensazioni che appartengono indifferentemente ai grandi chitarristi come all'ultimo degli strimpellatori, che chiuso nella sua stanza mette insieme due o tre note in croce, sognando di essere sul palco del Wacken o qualcosa di simile, con la propria ascia in mano. Come abbiamo fatto tutti, no?

Un ringraziamento anche a Giasse.




fonte:
metallized.it

link
http://www.metallized.it/articolo.php?id=1217

tino84
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